La Contrada | Nobile Contrada dell'Oca

Nobile contrada dell'Oca

La Contrada

Storia della Nobile Contrada dell'Oca

La nascita dei colori e dello stemma della Nobile Contrada dell’Oca risale alle battaglie di Montemaggio (1145) e Montaperti (1260) in cui avrebbero partecipato 365 dei suoi armati.

Girolamo Gigli nei suoi scritti attribuì agli uomini di Fontebranda il richiamo guerresco che il simbolo dell’Oca conteneva già dai tempi dei Romani nella battaglia contro i Galli.

La “compagnia” di Fontebranda

La “compagnia” di Fontebranda nasce dall’unione delle due compagnie militari (e di conseguenza dalle famiglie difese dalle stesse) di Sant’Antonio e San Pellegrino, nel 1424.
Il simbolo di questa unione doveva essere un edificio eretto in memoria di Santa Caterina; fu nominata una commissione per tale scopo, ma la costruzione non fu mai realizzata.

La prima apparizione del popolo di Fontebranda per il palio dell’Assunta risale al 1441 in occasione del gioco che si faceva a quel tempo: si trattava probabilmente di una “caccia” o “pugna” che si svolgeva in piazza del Campo con relativa comparsa. Quella di Fontebranda è la prima contrada che compare nei documenti ufficiali con questa finalità del gioco; tuttavia si parla di contrada di Fontebranda e non di Oca, ma i due nomi erano utilizzati senza distinzione, per indicare la stessa aggregazione. La figura della “Contrada di Fontebranda” emerge ancora più netta quando il popolo chiese al Comune di comprare la casa dove nacque Santa Caterina per trasformarla in un oratorio.

Il 1525 vede la comparsa delle prime famiglie riconosciute sotto il nome di “Compagnia del Ocha” : dagli atti del notaio Giulio Nerini sappiamo che Guido Bandinelli, gonfaloniere del Terzo di Camollia, Camillo di Angelo, canonico del Duomo e Preziano di Niccolò Costanti con altri cinque persone della “ Compagnia del Ocha” giurarono che non avrebbero più preteso con la forza innovazioni su “la precedentia per la festa di Santa Maria di agosto in lo andare li cacciatori per onorare la dicta festa”.
Nel 1536, l’insegna dell’Oca fu utilizzata in una “macchina” per la partecipazione alla caccia ai tori nel palio e nella festa tenuta alla presenza di Carlo V.

La bandiera dell’Oca “tutta verde con fregi d’oro con dentro un’oca d’argento” costituisce l’unione dell’insegna di battaglia della compagnia di S. Antonio con i colori che rappresentavano la compagnia di S. Pellegrino e fu spiegata a rappresentanza della contrada di “Fontebranda” con questi connotati nel 1546. In quell’anno questa bandiera fece la sua comparsa in Piazza con 130 giovani vestiti di bianco con “banda verde” in testa e il capocaccia vestito di rosso.

La dizione “contrada dell’Oca” e “contrada di Fontebranda”, sia nei documenti ufficiali che nello stesso documento, è fino al 1602, costantemente usata senza alcuna differenza, come un’identica cosa.

La storia Contemporanea

Un viaggiatore francese, Pujoulat, ci fornisce nel 1839, una descrizione perfetta delle “duecento famiglie” che abitavano Fontebranda come un “popolo a parte nella città”, autonomo e fiero delle proprie tradizioni: “Questa popolazione – scrive infatti – rude e povera, si è posta al di sopra di ogni potere costituito, non riconosce che S. Caterina come propria governatrice e come autorità legittima. Gli abitanti dell’Oca formano un popolo a parte nella città, hanno dei capi ed è con essi che tratta il governatore di Siena”.

Nel 1848 il Tricolore della bandiera dell’Oca venne sempre più identificato con la causa nazionale.

A quel tempo l’Oca aveva accolto la Granduchessa che si era rifugiata a Siena per sfuggire alla rivoluzione. Tra la fine del 1848 e l’inizio del 1849, quando i Granduchi dovettero lasciare anche Siena, per le dimostrazioni ostili che si tenevano nei loro confronti, proprio nell’Oca si costituì il “circolo politico senese”, guidato da Scipione Bichi Borghesi come presidente, e da Salvatore Gabrielli e Gaetano Milanesi come segretari e frequentato da personaggi come Girolamo Spannocchi divenuto, da colonnello austriaco, uno dei più accesi sostenitori della causa nazionale.

Alessandro Romani, un diarista dell’800, narra che dal 1849 “appena apparsa la bandiera dell’Oca tricolore” subito scoppiavano “molti applausi”, come nel palio del 16 agosto 1849. L’atmosfera divenne incandescente in occasione del Palio straordinario del 21 ottobre 1849 in cui il cronista dice che durante il corteo storico, dove il Granduca e la famiglia assistevano dal balcone del Casino dei Nobili, vi furono “pochissimi applausi alla Famiglia reale, nessuno alla bandiera dell’Aquila, fragorosi a quelli dell’Oca”. Fu allora che l’alfiere dell’Oca, Daradi (detto Daradà) giunto sotto le Altezze reali, nel compiere la rituale sbandierata si produsse in un’alzata talmente vigorosa da sorpassare la testa del Granduca, il quale seguì il vessillo con gli occhi, alzando ed abbassando la testa come in un saluto.

Dopo l’Unità d’Italia tra gli ocaioli emersero figure come Piero Marchetti, collaboratore di Bettino Ricasoli. Era un architetto e partecipò nel 1873-74 assieme a Giuseppe Partini, alla ricostruzione della facciata dell’oratorio.
L’Oca ebbe tra i suoi protettori Massimo D’Azeglio e più tardi Umberto I di Savoia, ribadendo costantemente nel periodo risorgimentale ed in quello postunitario questa fedeltà ai simboli dell’unità della patria italiana, alla monarchia sabauda.

Anche la prima Società di mutuo soccorso senese nacque in Fontebranda, nel 1870 (si chiamava “Società di mutuo soccorso ed istruzione in Fontebranda”) e confluì poi, con la società dei quindici nel 1919, nella Società Trieste in Fontebranda , sottolineando un altro forte richiamo, dopo la prima guerra mondiale, agli ideali patriottici e risorgimentali.


La vicenda del Palio, nel novecento, non cambia: è contraddistinta ancora dalla figura di un grande ocaiolo, Ettore Fontani, “il più famoso ‘cavallaio’ del secolo”, come lo ha definito una pubblicazione recente: “nelle stalle del sor Ettore passarono in mezzo secoli molti dei cavalli e dei fantini più importanti del Palio” perpetuando questo attaccamento a una tradizione e ad una contrada, vivente da oltre cinquecento anni.

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