Un dono importante | Nobile Contrada dell'Oca

Nobile contrada dell'Oca

Un dono importante

Abbiamo ricevuto un dono prezioso in occasione della nostra Festa Titolare, da parte di un contradaiolo della Torre: il Sig. Ciro Serchi ci ha regalato un documento, che è parte della storia della nostra contrada e di Siena tutta, ed ha voluto farlo nell’occasione della nostra festa titolare.
Risistemando un vecchio baule appartenuto alla zia, che abitava in via della Galluzza, Ciro ha ritrovato una pubblicazione del 1911, edita dalla nostra contrada: una monografia di pregio, che ripercorre gli interventi strutturali e le vicende decorative nei secoli e raccoglie foto in bianco e nero degli affreschi del maestro Franchi (fine del XIX secolo) nella camera della Santa, nell’oratorio di Santa Caterina, con le didascalie corrispondenti. É un omaggio della Nobile Contrada dell’Oca ai propri protettori, in quel lontano 1911. La pubblicazione è datata 30 aprile 1911 e recita, nel frontespizio interno:


La ‘festa anniversaria’ fa probabilmente riferimento al giorno del Transito di Caterina, cioè il giorno precedente al dono stesso, il 29 aprile.
Quello stesso anno, nel mese di maggio, il giorno 14, in occasione della Festa Titolare, la Contrada pubblica un altro documento di pregio, che è presente nell’Archivio della Nobile Contrada dell’Oca ed è registrato come ‘sonetto’.
Si tratta, in realtà, del terzo (e ultimo) atto di un componimento teatrale in versi, dal titolo ‘Santa Caterina e l’Ossessa’ opera di Myria Arrighi-Weber, per le stampe Nava (Siena).
La presenza di versi di varia lunghezza con rima baciata che si alterna alla rima incrociata, sono probabilmente il motivo per il quale il documento è archiviato, impropriamente, come sonetto. Nei primi del Novecento il teatro italiano, a margine dei grandi e rivoluzionari cambiamenti introdotti, fra altri, da Pirandello e dal teatro estero in varia misura, percorre, pur senza grossi esiti, anche la strada del recupero del teatro in versi dei secoli precedenti, come può essere quello, in terra francese, di un Molière per la commedia.
In questo atto l’azione si svolge di fronte al palazzo Salimbeni e vede come protagonisti, a fianco di Caterina, la sua grande amica Bianchina Salimbeni, frate Santo di Teramo ed una donna indemoniata.
Presenti i famigli e le ancelle dei Salimbeni, il popolo e i seguaci di Caterina. La Santa giunge sulla scena per ultima ed effettua, con calma, forza e serenità, l’esorcismo sulla povera donna posseduta dal demonio.
La conclusione è un canto a due voci, Caterina e la donna liberata, abbracciate strette l’una all’altra, ringraziano all’unisono, col cuore gonfio di gioia, il Signore.
A leggere i componimenti di chiusura, pronunciati dalle due donne, identici nella parte finale di ogni verso, viene da pensare, più che al teatro recitato in versi, all’Opera, italiana e non…
Abbiamo punti certi e conferme su cui soffermarci, nel confronto di questi due pregevoli documenti pubblicati a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro.
L’omaggio, costante, a Santa Caterina quell’anno vede due produzioni a stampa. Sono due produzioni celebrative, ma non sono solamente celebrative. La prima, la monografia, è un’opera di buonissima divulgazione con puntuali riferimenti storici alle vicende costitutive della Camera della Santa, comprese le personalità che ne hanno sostenuto, nei secoli, l’attuazione e si pone, pertanto, come fonte storica effettiva, nonché, appunto come monografia artistica pregevole sul ciclo degli affreschi.
Non esclusiva di una nicchia di dotti o specialisti, ma patrimonio comune dei contradaioli e dei cittadini, rimarcato nel frontespizio da quel ‘ricordo delle glorie cittadine’. Mi preme rimarcare come la celebrazione avviene con il recupero, storicamente motivato e certificato, della memoria, attraverso le fonti, e non nella ‘reinvenzione della memoria’tout court quale talvolta viene citata per altri contesti.
Per il nostro questo non è possibile. La Nobile Contrada dell’Oca, ancora oggi, sostiene e porta avanti, nello stesso modo, lo studio sui documenti e la ricerca, utilizzando le sue risorse umane, noi, tutti, contradaioli grandi e piccini…i risultati spesso sorprendono anche noi, ma, a parte questo, resta il dato di fatto che la contrada produce cultura vera.
La seconda opera è un’opera letteraria, anch’essa quindi celebra la Santa con un prodotto di pregio e valore. Prodotto che, ad una prima analisi, sicuramente da approfondire, sembra rientrare nel filone italiano di recupero, nei primi del ‘900, del teatro in versi.
Myria Arrighi Weber è l’autrice di uno scritto in prosa, ‘In memoria del capitano Vincenzo Bontade’ che celebra il milite caduto nella Grande Guerra, edito dalle Arti Grafiche Lazzeri di Siena nel 1917 e conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Un manoscritto di versi suoi, datato 1902 ed edito per la tipografia dei Sordomunti di Siena, è conservato presso la Biblioteca Universitaria di Genova.
Anche qui nulla di diverso dal consueto, cioè il sostegno all’arte e alla bellezza, invariato da secoli.
Ma si apre anche un altro scenario, ed è quello forse, che congiunge di nuovo i due documenti: la buona divulgazione. Il nostro ‘diversamente sonetto’, chiamiamolo così, apre molte domande e sollecita diverse curiosità. Abbiamo intanto un ‘atto III’, dove sono il primo e il secondo? Quel ‘canto finale’sarà davvero stato un canto? Ci potrebbe essere uno spartito musicale? Questa scrittrice pochi di noi, immagino, la conosceranno. Potremmo approfondire?
Il regalo di Ciro Serchi è importante per molte ragioni. Abbiamo ritrovato un documento che fa parte della nostra storia di Contrada. Questo ci ha permesso, ricercandone le tracce in archivio, di
riscoprirne un altro. Di aprire, forse, un’altra possibilità di ricerca… Tutto questo ci racconta, soprattutto, quello che non abbiamo mai perduto, ci racconta che siamo ancora noi. E lo fa in un momento in cui la disgregazione dei tessuti sociali nel mondo si palesa in modo drammatico e sembra cancellare molte speranze di un futuro in cui l’Uomo-relazione, l’Uomo-comunità e non più l’Uomo-produzione, possa essere al centro delle strategie di sviluppo e cambiamento.

Perché ci fa riflettere anche sulla rivalità, sull’opposizione. Sulle narrazioni che fuori da Siena, si fanno su questo. E’ una risposta dei fatti, senza che si sia in realtà voluto, con questo, rispondere a nessuno.
Il mondo si è fermato da due mesi, la pandemia in corso sembra portarci via dalla nostra vita, dai nostri affetti, da ciò che si nutre di contatto vero, fatto di sguardi, parole e di fisicità.
Fontebranda, e con lei Siena tutta, ha sorpreso il mondo una sera di questo tempo sospeso e ha cantato la vita dalle finestre e dai balconi del rione. Una vita così potente e forte che ha fornito l’esempio, indicato la strada.
Era il 12 marzo. E non c’era certezza, c’era il timore, che il giro quest’anno sarebbe saltato.
Adesso la certezza l’abbiamo, che il giro non si è fatto. Il giro non è ‘saltato’ però, perché non siamo saltati noi.
E di nuovo qualcosa che appartiene profondamente all’anima di questa città ci sorprende, non perché sia cosa inconsueta, ci sorprende perché nel tempo sospeso ci dà la misura che certe cose non le può sospendere nessuno.

Barbara Cucini

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